| Emilio Rigatti, Minima pedalia

Edicicloeditore, 2004 13 euro www.ediciclo.it “L’arte di viaggiare è la capacità di mettere in relazione lo spazio esterno con quello interno, di trovare nelle distanze e negli eventi un’occasione per scoprire dentro di noi dei passaggi a nord-ovest, degli inghiottitoi che diano accesso a una grotta non ancora scoperta”. Con queste parole Emilio Rigatti definisce la poetica che lo guida nel presentarci la sua esperienza.
Si tratta di un libro che parla dell’andare in bicicletta, ma molto dipiù cerca di comunicare un’esperienza umana e personale che l’autore persegue utilizzando il mezzo a pedali.
Il 16 settembre del 2002 Rigatti decide di vendere la sua automobile e di utilizzare per i suoi spostamenti (di lavoro e non ) la bicicletta.
Questa scelta radicale nasce da una passione per l’utilizzo della bicicletta che qualche anno prima l’ha portato a fare un viaggio da Venezia ad Istanbul (La Strada per Istanbul, edicicloeditore) in compagnia di altri due viaggiatori piuttosto noti: Altan, il vulcanico creatore di Cipputi, e Paolo Rumiz, giornalista e scrittore, appassionato viaggiatore. Nel libro si trovano piccoli disegni di Davanzati (architetto già collaboratore di Bruno Munari) che aiutano il lettore ad entrare nel testo diario come se alle parole l’autore abbia voluto aggiungere piccoli commenti visivi tipici dei diari di viaggio.
Vive a Ruda in provincia di Udine, nella bassa friulana non distante da Aquileia, e facendo l’insegnante di scuola media inferiore (oggi tocca, dopo l’orrenda riforma terminologica, dire scuola secondaria di I° grado) ogni giorno o quasi percorre 17 km per andare al lavoro e tornare a casa.
Ci racconta questa sua avventura, questo sgancio nel buio: i colleghi lo prendono per pazzo i suoi studenti pure.
Si tratta di una lettura da fare lentamente, Rigatti, cerca di farci entrare nella sua esperienza attraverso una descrizione minuziosa delle sensazioni che lui, come ciclista, registra durante i suoi spostamenti. Utilizza infatti un magnetofono agganciato al manubrio per descrivere, in diretta, quello che vede e prova.
Fa scoprire al lettore le stagioni. Gli automobilisti intrappolati dentro le loro macchine hanno perso questa capacità di discrimine: riscaldamento e aria condizionata estinguono ogni eccesso. Lui invece, il ciclista, può registrare odori, rumori, colori, sensazioni tattili che ai più sono ormai sconosciute.
In questo racconto il lettore viene spinto ad osservare il paesaggio in modo diverso: compare la lentezza come valore, da qui il richiamo quasi inevitabile al Chatwin più filosofico.
Trovo molto interessante il discorso relativo al paesaggio, in un territorio come quello del nord-est violentemente ed insensatamente antropizzato. Il pedalare lento della bicicletta permette a Rigatti di mostrarci le ferite forse insanabili di certe scelte urbanistiche ma anche le residue opportunità di uscita dai percorsi automobilistici obbligati.
Come Adorno negli anni sessanta fu un feroce critico del modello di sviluppo così Rigatti, si propone (e lo esplicita nell’introduzione dove ci spiega il titolo del libro che richiama alla mente del lettore i minima moralia adorniani) di osservare, attraverso l’esperienza del pedalare, la società che lo circonda.
Mi pare che in questo gioco di riflessione Rigatti a volte si perda. Il tentativo di stratificare all’osservazione concetti e riflessioni “alte” a volte sovraccaricano il testo rendendolo meno leggibile.
Il libro è diviso per capitoli: uno per ogni mese dell’anno scolastico da settembre a giugno. All’interno di questa scansione temporale Rigatti inserisce due libri nel libro, così li definisce lui stesso.
Sono due micro racconti quasi autonomi rispetto al testo. Nel primo ci racconta la settimana di Pasqua passata in Jugoslavia o meglio nell’ex-Jugoslavia. Lo spunto iniziale è dato dal fatto che deve andare a Fiume per un consulto dentistico. Da lì poi si muoverà fra Croazia, Serbia e Slovenia: si parlerà quindi della guerra e delle sue conseguenze.
Nel secondo libro nel libro invece Rigatti ci racconta l’esperienza che farà insieme alla sua classe di terza media. Tre giorni, sedici ragazzi e ragazze in giro per il Friuli in bicicletta con il loro professore: c’è spazio per l’epica.
A mio modo di vedere la parte più toccante del libro. Quella che funziona meglio anche dal punto di vista della scrittura. Rigatti ci racconta l’entusiasmo che scuote il gruppo all’attraversamento dell’Isonzo (con relativo bagno fuori programma) non è solo un fiume è il varco che schiude alla comitiva un’avventura che ricorderanno per molto tempo. L’Isonzo come il Piave e il Tagliamento non sono solo corsi d’acqua, ma parti di una memoria di guerra che il professor Rigatti non può non ricordare ai ragazzi: “Li ho trascinati fin dentro alla forra del canalone Gatti, per leggere loro un brano di Trincee di Carlo salsa che mi emoziona ogni volta che lo rivisito. Una performance, quasi. Stanno lì, in piedi, all’ombra succosa di questa trincea naturale nascosta da roverelle e carpini, che i soldati utilizzavano per portare i vettovagliamenti fino alla prima linea, dove c’era il macello, mentre gli shrapnel scoppiavano sopra le loro teste”.
Il professore cerca di “fare memoria” e non può che passare per un uso emozionato della letteratura. Infatti ci dirà più avanti nel testo che un’obiettivo della biciclettata è quello di trasformare l’azione in pensieri scritti. Ma questo non sta nel libro, sarà il lavoro che i ragazzi faranno tornado a scuola dopo aver fatto il loro viaggio.
Il percorso si muove lungo l’Isonzo e attraverso la memoria che quei luoghi ancora portano.
Il libro si chiude con un “Manuale per smettere di andare in automobile” nel quale Rigatti sistematizza il percorso di disassuefazione da uno specifico stile di vita nel quale l’automobile rappresenta in modo paradigmatico la “follia” del mondo contemporaneo. Parla di come ci si può vestire, di quali sono i primi inconvenienti e le prime gioie.
Trucchi e segreti per non farsi scoraggiare dalle prime difficoltà. E conclude: “Ho cambiato il mio atteggiamento d’onnipotenza nei confronti della meteorologia: se non si può in bici, è anche sconsigliabile uscire in macchina. Un libro, un tè, un disco. Non muore nessuno, non perché me ne sto a casa io, almeno. Il tempo va avanti lo stesso”.
Mi torna in mente una frase secca ed illuminate di un amico: “ sarò un uomo felice quando potrò fare a meno della macchina!”. Ecco Rigatti ci mostra un percorso verso questa serena e severa visione delle cose. |